Da agosto non scrivo. Un momento di silenzio, di ascolto dedicato alle parole dentro e fuori di me.
Nel frattempo, l'intelligenza artificiale ha continuato a far parlare di sé anche nel campo della poesia.
Una domanda è per me inevitabile. Una macchina può fare poesia come noi, può emozionarci?
La risposta forse non risiede né nel sì né nel no. L'AI apprende da noi, si fa carico delle nostre emozioni ma non vive di vita propria.
La sua poesia non nasce da un'esperienza, anche se siamo noi a plasmarla con le nostre richieste e la nostra sensibilità. Pertanto, se decidiamo di scrivere delle poesie con l'intelligenza artificiale non possiamo esimerci dal trovarci in una sorta di confine tra la nostra voce umana e l'artificiosità dell'algoritmo.
La mia sfida, come persona e docente, è scrivere facendo appello al mio mondo interiore e alla mia sensibilità. Soprattutto, come insegnante, cerco di far comprendere questo punto di vista ai discenti che, attratti dalle infinite possibilità dell'AI, affidano alla stessa la soluzione di qualsiasi compito con prompt semplicistici.
Ha dunque ancora senso parlare di figure retoriche di ordine e nello specifico di asindeto, di polisindeto, di ellissi e di zeugma? Io ritengo di sì! L'intelligenza artificiale ci può aiutare a catalogarle e a esaminarle, ma la nostra interpretazione no!
La nostra interpretazione cambia a seconda del nostro umore, del momento della giornata e insomma per dirla tutta a seconda della nostra umanità.
